di Gerardo Valentini

L’ultima conferma è appena arrivata, con il secondo turno delle Amministrative: l’affluenza media, nei 59 Comuni in cui si è votato, è stata del 42,20 %. Ben al di sotto, quindi, del 50 per cento. Mentre al primo turno si era fermata poco al di sopra di questa soglia, facendo segnare il 54,11.

Una conferma, appunto. Di una tendenza che ormai è in atto da tempo e che investe sia le elezioni di ogni tipo, da quelle locali a quelle nazionali e alle Europee, sia i referendum. Per questi ultimi, com’è noto, viene spesso accampata la scusa che certi quesiti sono “tecnici”, come quelli del 12 giugno scorso sul CSM eccetera, e quindi moltissimi cittadini non ne percepiscono l’interesse. Né tantomeno l’urgenza. Ne abbiamo scritto anche noi e i due articoli li trovate nella homepage del sito (“Un flop annunciato, ma per colpa di chi?” e “Il referendum è fallito. Il degrado della Giustizia resta”).

Ma per le elezioni, invece?

Qui la stessa scusa non si può proprio sostenere. A meno di mettere in dubbio l’intera impalcatura teorica della democrazia: arrivando a dire che un gran numero di persone non ne sa a sufficienza per esprimersi e quindi, al di là che questo sia giusto o sbagliato in linea di principio, preferisce astenersi. 

La chiave di volta, però, non è affatto tecnica. Da un lato è vero: nelle società contemporanee le questioni in gioco sono maledettamente complesse e sempre più collegate a dinamiche internazionali. E perciò non è affatto facile comprenderle a fondo ed elaborare delle valutazioni precise. 

Ma non è questo, il punto. Ciò che spinge i cittadini a votare non è la loro competenza individuale. 

Ciò che li muove, o viceversa li blocca, sono altri due fattori. Che, del resto, sono intimamente legati.

Il primo è la sensazione che il proprio voto sia davvero importante, per determinare le scelte politiche di chi governa. E quindi, a causa di quelle scelte, per stabilire le condizioni economiche e sociali in cui si vive.

Il secondo è che si possa avere fiducia nei partiti. Fiducia innanzitutto morale. Ossia nella loro buona fede. Nel fatto che essi siano lì per lavorare al bene comune, anziché per perseguire i loro interessi. I loro privilegi. Individuali e di fazione. 

E fiducia nella loro capacità di analizzare a fondo ciò che sta accadendo. Di prevederne gli sviluppi, quantomeno nel breve e nel medio termine. Di trovare le soluzioni operative per affrontare i diversi problemi. Sottinteso: a vantaggio della generalità dei cittadini.

C’erano una volta i partiti “veri”

C’è bisogno di dirlo? Questa doppia fiducia si è sgretolata. Tutt’altro che a torto, d’altronde. I partiti sono ormai delle entità lontane dal popolo e appaiono/sono dominati dalle loro logiche di potere. I cittadini, alla faccia dell’art. 1 della Costituzione che attribuisce loro la sovranità, sono sempre più ridotti a elettori “una tantum”. Ad acquirenti potenziali di prodotti allestiti da altri. Possono comprarli o non comprarli. Ma non hanno modo di incidere sulla loro progettazione. 

Sembra la stessa cosa che accade nel commercio. E già per questo sarebbe profondamente sbagliato, perché la politica non si può certo ridurre a un mercato in cui si cerca di piazzare il Candidato-più- simpatico o il Programma-più-attraente. 

Ma qui è ancora peggio. Perché in campo economico il favore o meno dei consumatori è in grado di determinare il “volume d’affari” delle diverse aziende. In ambito politico, invece, i seggi da assegnare rimangono esattamente gli stessi. Quale che sia la percentuale di chi è andato o non andato a votare.

Ci si può scommettere. Se il numero dei seggi, delle “poltrone”, dipendesse dall’affluenza alle urne, allora sì che l’attenzione dei partiti nei confronti dell’astensionismo diventerebbe vera, costante, sostanziale. E mirata a trovare delle soluzioni.

Oggi, invece, ci sono solo le osservazioni di maniera a ridosso dei dati di turno. In apparenza ci si rammarica. Nella sostanza non ci si bada. 

Passato il conteggio, gabbato l’elettore.