di Gerardo Valentini

Bisogna riconoscerlo: il compito non era affatto facile. Ritoccare l’immagine pubblica di Mario Draghi per umanizzarla il più possibile, in modo da aggiungere alla celebratissima competenza tecnica delle doti meno aride e più accattivanti. 

Una sorta di restyling, per dirla in termini aziendali. Con un grosso problema che è al limite dell’insormontabile. Mario Draghi se lo porta scritto in faccia, ciò che è stato per tutta la sua vita lavorativa: un super tecnico del mondo bancario. Del suo settore di attività, che non brilla certamente per solidarietà ed empatia, sembra aver acquisito non solo le competenze ma anche, e forse soprattutto, le logiche. Il primato del denaro su qualsiasi altro valore: se un debitore è insolvente lo si può, anzi lo si deve, ridurre sul lastrico senza batter ciglio. Le conseguenze, drammatiche o persino tragiche, sono un problema tutto suo. Vale per le singole persone e vale, vedi la Grecia dal 2010 in poi, per le intere nazioni. 

Quelle logiche, ragionieristiche e spietate, sono diventate un abito mentale. Questo abito mentale traspare da ogni espressione del suo volto. Draghi ha davvero, e al sommo grado, “le visage du rôle”. Labbra tirate, occhi gelidi, sorrisi grifagni.

Fintanto che fosse rimasto nel suo ambito di provenienza, che è l’alta finanza, non era un problema. Nessuno si aspetta che un professionista di quel tipo, e di quel rango, abbia sguardi amichevoli e atteggiamenti cordiali. 

Ma in politica è diverso. Nonostante la sua veste fosse quella del commissario esterno che è venuto a rimettere in piedi la baracca e che, perciò, è autorizzato ad anteporre i risultati concreti alle simpatie popolari, bisognava cercare di migliorarne l’immagine. Aggiungendo, appunto, quelle componenti emotive che sono essenziali per creare nella popolazione, ossia nell’elettorato, un coinvolgimento più profondo. L’identificazione dei governati coi governanti. La convinzione diffusa che gli obiettivi degli uni e degli altri coincidano o, quantomeno, vadano nella medesima direzione. 

Draghi. O i draghisti

Lo abbiamo ricordato nel commento di giovedì scorso: la chiave di volta è che l’erogazione dei fondi del PNRR è subordinata a una lunga serie di condizioni. Per nominare Draghi a presidente del Consiglio, quindi, si è accentuata al massimo la necessità di avere a capo del governo un uomo come lui. Uno che fosse ritenuto affidabile dai principali centri del potere, politico ed economico, di matrice occidentale e filoamericana. 

Draghi lo è, indubbiamente. Perché in effetti appartiene a quello stesso mondo finanziario e, come abbiamo detto, ne condivide le logiche. Ovvero i presupposti, i metodi, gli obiettivi.

Il problema, però, era convincere i cittadini che tale appartenenza non fosse a discapito del popolo ma a suo favore. Nonostante tutte le evidenze attestassero il contrario (vedi, tra l’altro, i tre anni, dal 2002 al 2005, come vicepresidente e managing director di Goldman Sachs International nonché membro del comitato esecutivo del gruppo), Draghi doveva essere visto come una sorta di personaggio super partes. Un esperto di tale livello, e di tale integrità, da essere stimato e benvoluto al di là di qualsiasi logica di potere. E di dominio.

L’ulteriore vantaggio, quantomeno nelle intenzioni, era poter sfruttare il suo carisma anche in proiezione futura: facendone la nuova pietra angolare dei vari partiti e partitini, di centro e di centrosinistra, che sono a corto – a cortissimo – sia di idee che di credibilità. L’autorevolezza di Draghi, in questa prospettiva, dovrebbe trasferirsi sui partiti che lo hanno sostenuto, lealmente, fino alla fine.

«Spero che vinceremo e continueremo con il programma di Draghi», ha detto il segretario del PD Enrico Letta a Bloomberg tv. «Avevamo un governo che lavorava molto bene, che aveva il rispetto dell’intera comunità italiana, non solo quella d’affari ma anche la popolazione,ed era rispettato anche a livello europeo e mondiale».

Carlo Calenda, fondatore e leader di Azione, è stato meno diretto ma il senso è all’incirca lo stesso: «L’italiano più illustre del mondo, nella crisi economica e sociale più grave degli ultimi 50 anni, è stato cacciato dai populisti, da Berlusconi, Salvini e Conte». Sottinteso: votate noi che populisti non siamo.

Draghi è servito in prima persona. Adesso si tenta di utilizzarlo come nume tutelare. Se non ci sarà di nuovo lui, in scena, proveranno a sostituirlo gli epigoni. I comprimari, per non dire le comparse, che si atteggiano a protagonisti. 

Mai concentrarsi solo sul cast, neanche quando si tratta di superstar. Ciò che conta è il copione.