di Gerardo Valentini 

La definizione era altisonante: governo di unità nazionale. 

La definizione era posticcia: la proclamata “unità nazionale” non c’è mai stata. Perché, semplicemente, non poteva esserci. I vari partiti, e i rispettivi elettorati, hanno idee, sensibilità e obiettivi diversi. Che si risolvono, fatalmente, in una lunga serie di incompatibilità. 

Se li riunisci a forza, e in nome dell’emergenza, lo devi sapere: o prima o dopo quelle differenze torneranno a manifestarsi. A manifestarsi. O a esplodere. 

L’idea di emergenza, infatti, dovrebbe essere legata a problemi specifici. Da affrontare con misure altrettanto specifiche. Ed è solo su queste che si può chiedere, e ottenere, che si mettano da parte le divergenze generali in favore di accordi circoscritti.  

È avvenuto il contrario: il concetto di emergenza è stato espanso a dismisura e se ne è fatto il pretesto per interventi di vastissima portata. Nel suo discorso di ieri al Senato Mario Draghi lo ha affermato, e addirittura rivendicato, in maniera inequivocabile: «La stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, approvato a larghissima maggioranza da questo Parlamento, ha avviato un percorso di riforme e investimenti che non ha precedenti nella storia recente».

La concatenazione logica – logica ma perversa – è basata su tre passaggi. Il primo è la pandemia (o meglio: la gestione della pandemia, che ha messo in ginocchio l’economia nazionale). Il secondo sono i finanziamenti europei del PNRR come unico rimedio possibile per ridare slancio alle imprese e al mercato del lavoro. Il terzo è che il Parlamento e il governo si adeguassero in toto alle condizioni stabilite/imposte dalla Commissione Ue per poter accedere ai fondi del Piano.

A tutto questo, poi, si è aggiunta la guerra in Ucraina. Che è stata prontamente assunta come un ulteriore fattore di emergenza. Poiché portava a risposte obbligate sul piano internazionale (le sanzioni contro la Russia, con i pesantissimi contraccolpi che ne sono derivati a nostro danno) era esclusa a priori ogni possibilità di dissenso. O anche solo di distinguo. 

Hai “scelto” di aderire alla maxi coalizione pro Draghi? Bene. Allora ti devi adeguare in tutto e per tutto. Lui – l’Unico e il Solo – sa ciò che si deve fare e non bisogna ostacolarlo, né indispettirlo, in alcun modo. Tanto grande è la Sua competenza, tanto magnanima è stata la sua disponibilità ad assumersi il compito di presidente del Consiglio, che una totale e reverente ubbidienza è il minimo…

Si vota. Si torna alla politica

L’epilogo sembra sicuro: elezioni anticipate e ritorno alle urne nel più breve tempo possibile. La prima data utile dovrebbe essere il 2 ottobre, sperando che Mattarella & C. non si inventino qualche altra “soluzione” istituzionale – ed emergenziale, ci mancherebbe – per rinviare il voto al prossimo anno.

Che il Movimento Cantiere Italia sia favorevole lo sapete già. Lo abbiamo scritto la settimana scorsa, a ridosso delle dimissioni di Draghi. 

Molto ancora, però, c’è da dire su come andranno affrontate. In particolare dal centrodestra. Le cui tre componenti principali – Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia – hanno attraversato la legislatura, e più che mai l’ultimo anno e mezzo, su posizioni tutt’altro che omogenee.

Sui diversi aspetti torneremo via via, nelle prossime settimane. Ma una cosa ci teniamo a dirla subito: dio ce ne scampi dal mascherare le differenze sostanziali dietro un’intesa di facciata. Sarebbe lo stesso errore, lo stesso pasticcio, del succitato “governo di unità nazionale”. Una messinscena che alla lunga ti si ritorce contro, trasformandosi in una forzatura autolesionistica

Noi ci aspettiamo di meglio. Tanto più adesso che le elezioni si potrebbero vincere. E che, una volta vinte, dovranno sfociare in un governo. Stabile. Incisivo. Finalmente politico, nel senso pieno e migliore del termine.