Di Gerardo Valentini

Provate a dirlo senza ridere: per il posto di “inviato europeo nel Golfo Persico” non c’è nessuno più qualificato di Luigi Di Maio, e quindi è solo per questo che lui si trova in cima alla lista dei candidati ed è quasi certo che otterrà l’incarico. Assicurandosi così, con la benedizione di Mario Draghi, uno stipendiuccio che non viene ufficializzato ma che dovrebbe aggirarsi intorno ai 10/12 mila euro al mese.

Oppure, all’opposto, provate a dirlo senza arrabbiarvi. Perché è vero che di questo tipo di storie (di brutte storie) la politica ne ha scodellate chissà quante, ma tra essere smaliziati e restare indifferenti c’è un abisso. E il fatto che certi comportamenti si ripetano non soltanto non ne attenua la gravità, ma viceversa la accentua: trasformandosi da abuso occasionale, ed eccezionale, a prassi corrente. 

Un approccio, anzi un andazzo, imperniato su un elementare ma ributtante principio: chi è nelle grazie del sistema verrà sempre ricompensato, in un modo o nell’altro. 

Se si parla di elezioni, lo si inserirà nelle prime posizioni delle liste. Ovvero, più precisamente, dei listini bloccati. Quelli che negano ai cittadini la possibilità di scegliere liberamente i propri rappresentanti e li costringono ad accontentarsi di indicare solo il partito, i cui giocatori sono stati decisi in anticipo e in forza dei rapporti interni tra le diverse componenti, correnti, camarille. 

E se poi le elezioni non bastano, per gratificare il privilegiato di turno, ecco qua le innumerevoli nomine del governo e del sottogoverno: trombati nelle urne, beneficati nelle buste paga. In secondo piano per un verso, comunque ben pasciuti per l’altro. Non si brilla, ci si consola.

Nel caso specifico, inoltre, l’episodio di giornata si aggiunge all’intero percorso di Luigi “Giggino” Di Maio. 

Un percorso che è difficile immaginare più costellato di ambiguità, dai toni barricadieri degli inizi a quelli ultra istituzionali adottati in seguito. Un percorso del quale, oltre naturalmente al diretto interessato, bisognerebbe chiamare a rispondere chi lo ha reso possibile: ossia, fin dall’origine della sua ascesa, il Movimento 5 Stelle.

Venghino, sostenitori, venghino

La questione è cruciale. È quella della selezione delle classi dirigenti dei partiti. Dalle cui file, giocoforza, emergeranno i membri sia delle assemblee elettive sia delle future compagini di governo, al di là dei tecnici che di volta in volta le andranno a integrare. O persino a guidare.

Da un lato il problema riguarda un po’ tutti, specialmente dopo che la cosiddetta “morte delle ideologie” ha reso assai più labili le identità politiche e le relative appartenenze ai vari schieramenti, ma non c’è dubbio che a spingere il fenomeno alle estreme conseguenze sia stato il M5S. A partire dall’ingannevole retorica della democrazia diretta in versione Internet e dal truffaldino e sciaguratissimo slogan dell’uno-vale-uno, si è spianata la strada del Parlamento a una pletora di personaggi improvvisati. Che non possedevano né la saldezza teorica né la tempra morale necessarie a mantenersi coerenti, restando impermeabili alle lusinghe della notorietà e alle tentazioni del potere. 

Di questa deriva, per nulla casuale, Luigi Di Maio non è certo l’unico esempio, ma rimane quello più lampante. 

Oggi sembra quasi impossibile, ma nel settembre 2017 “Giggino” venne eletto capo politico dei Cinque Stelle (una carica che conserverà per quasi tre anni, sino al gennaio 2020) con una delle tipiche acclamazioni online dei seguaci di Beppe Grillo: una minoranza si esprime, tutti gli altri si adeguano. Come scrisse Il Fatto quotidiano, “Hanno votato 37mila 442 persone: poco più di 30mila preferenze sono andate a Luigi Di Maio mentre alla seconda classificata, la senatrice Elena Fattori solo 3596. Un plebiscito, anche se molto lontano dal raggiungere la quota dei 150mila iscritti”.

Constatarlo non basta: bisognerebbe riflettere molto più a fondo su delle procedure che assumono metodi da assemblea aperta a tutti, spacciandosi per il non plus ultra dell’uguaglianza e per l’apoteosi della volontà popolare, ma che di fatto si risolvono in nomine teleguidate e a esito prefissato.

Il “buon pastore” è il capo carismatico di turno: ieri Beppe Grillo e oggi, sia pure su scala un po’ ridotta, Giuseppe Conte. I sostenitori-pecorelle belano a comando e si compiacciono nel vedere realizzate le proprie aspettative, senza rendersi conto di quanto esse siano state suscitate/instillate dall’esterno.   

La democrazia autentica presuppone la consapevolezza. Quella posticcia, in stile M5S o primarie del PD, strumentalizza l’inganno fondamentale: illudere chi vota di decidere con la propria testa, mentre al contrario sta solo avallando le scelte già fatte da altri.