di Gerardo Valentini 

«Pupazzi prezzolati». Mario Draghi, lampante dimostrazione di quanto la neutralità politica dei cosiddetti tecnici sia una fanfaluca per gli “ingenui” che se la bevono, ha detto proprio così. Più precisamente, se a qualcuno fosse sfuggita la frase per intero, «La democrazia italiana è forte, non si fa abbattere da nemici esterni, dai loro pupazzi prezzolati».

Il riferimento, indovina un po’, è ai presunti fiancheggiatori di Putin che lo appoggerebbero non già per convinzione personale ma per meri motivi di interesse. E “ciascuno può facilmente dare loro un nome e un volto”, si affretta a sottolineare Stefano Cappellini in un articolo apparso sabato su Repubblica. Lo stesso quotidiano, del resto, spara la dichiarazione in prima pagina e per soprammercato ci accosta quella di Leon Panetta, ex capo della CIA e del Pentagono negli anni di Obama: «Chi parla come Salvini è influenzato dai russi».

Come no? Benché non ci sia alcuna prova sul modo in cui il “prezzolamento” si sarebbe concretamente attuato, l’accusa viene ribadita e trasformata in un assioma. Del senso complessivo dell’operazione abbiamo già scritto (Salvini e la bufala dei soldi di Putin. Il vero “crimine” è dissentire) e sarebbe superfluo ripeterne in dettaglio la trama. 

Limitiamoci a ricordare che l’obiettivo è screditare a priori chiunque si azzardi a non allinearsi all’impostazione dominante. Nella migliore delle ipotesi si tratterebbe di incompetenti. Nella peggiore, appunto, di loschi figuri che si sono fatti corrompere. Dal padrone di turno. Dal nemico dell’Occidente di turno.

Come se questa disponibilità a mettersi al servizio di chi ti paga, o giù di là, fosse un vizio a senso unico. Che alberga solo negli animi torbidi di chi contesta i dettami della UE o della Casa Bianca. Lasciando indenne, al contrario, chi a quei dettami/diktat si prostra, celebrandoli come la quintessenza dell’acume e della saggezza. L’acume economico. La saggezza politica.

Realistici? Okay: ma a 360 gradi

La verità è agli antipodi. Le interferenze degli Stati nelle vicende altrui sono la norma. Pressoché in ogni epoca e sotto ogni latitudine. L’esistenza stessa dei servizi segreti ne è la riprova e ad essa va aggiunto il ruolo, crescente, del “soft power”, ovvero il ricorso alle infinite forme di condizionamento con cui si cerca di influenzare le società straniere e i relativi governi. 

Anche se la definizione si è affermata solo a partire dal 1990, grazie a un libro del docente di Harvard Joseph Nye, i metodi che vi rientrano non sono certo nati allora e anzi, mutatis mutandi, si può dire che esistano da sempre. Quelle che si aggiornano, si moltiplicano, si potenziano enormemente di pari passo alla crescita delle tecnologie e in particolare di quelle informatiche, sono le modalità utilizzate per metterle in pratica.

In questa chiave, va da sé che la capacità di adottarne le strategie sia direttamente proporzionale ai mezzi di cui si dispone. I mezzi finanziari e quelli, appunto, tecnologici. In cima alla lista (o se preferite alla “black list”) non possono che esserci le superpotenze planetarie. E tra esse, visto che la loro preminenza si è affermata da più tempo e con maggiore continuità, innanzitutto gli USA.

Rimaniamo sugli ultimi anni, per non ampliare troppo il discorso. Limitiamoci a due esempi.

Uno, le “rivoluzioni colorate”. Quelle che si sono sviluppate in alcuni stati post sovietici all’inizio degli anni Duemila. E quelle, non troppo dissimili, che hanno avuto luogo altrove e in seguito, come nell’Africa settentrionale. Rivolgimenti che indubbiamente si sono basati su dinamiche locali già in atto o quantomeno latenti, ma che altrettanto indubbiamente hanno ricevuto un sostegno fortissimo, e decisivo, da parte del blocco occidentale e, in primis, dagli Stati Uniti. A suon di dollari, si intende.

Due, il Datagate. Vale a dire, citando la sintesi online del settimanale Internazionale,  “una serie di rivelazioni sulle attività di sorveglianza di massa nei confronti dei cittadini statunitensi e stranieri compiute dall’agenzia statunitense Nsa dal 2001. Le attività sono proseguite almeno fino al 2011”. Tra quei cittadini stranieri, giova ricordare, c’erano anche i governanti di nazioni alleate come la Francia e la Germania. Ma si ridusse tutto al tipico scandalo mediatico in salsa mainstream: si accende, divampa per un po’, si attenua abbastanza rapidamente, si spegne. Viene dimenticato. Viene rimosso.

Conclusione: le interferenze estere non sono affatto una novità, inedita e raccapricciante, introdotta dalla Russia di Putin. Tutt’altro. Sono una questione arcinota e rispetto alla quale fingersi indignati è ridicolo. 

“Pupazzi prezzolati”, dice Mario Draghi. Chissà come li definiscono, invece, a Washington: specialmente quando non si tratta di deprecabili conniventi al soldo del nemico ma di servizievoli sostenitori pagati (oops: finanziati) da loro stessi.