di Gerardo Valentini

L’ultimo esempio è fresco fresco: sabato scorso, a Roma, si è tenuta la prima convention nazionale di “Italia al Centro”. Che ha il suo capofila nel governatore della Liguria Giovanni Toti, almeno per ora. E che aspira, appunto, a essere la nuova coalizione (l’ennesima…) in cui riunire partiti, partitini e personaggi sparsi che si collocano “al centro” della scena politica italiana. 

Per esempio: Azione di Carlo Calenda, Italia Viva di Matteo Renzi, i fuoriusciti presenti e futuri di Forza Italia, e persino Clemente Mastella. Siccome però l’iniziativa è aperta, chissà chi altro si potrebbe aggiungere. O defilare, al contrario. 

Vietato essere ingenui, al riguardo: in questo genere di alleanze le intese, o le rotture, dipendono innanzitutto dagli accordi di vertice. Ossia dalla distribuzione dei posti di potere. E dal posizionamento nelle liste elettorali. Tanto più dopo la riforma costituzionale dell’ottobre 2020 che ha falcidiato il numero dei parlamentari, portando i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.  

Infatti. Se le adesioni sono assai incerte, la tempistica è tutt’altro che casuale. E costituisce la vera e fondamentale ragion d’essere dell’operazione. Nella primavera del prossimo anno si dovrebbe tornare a votare per le Politiche, nonché per le Regionali in Lombardia e nel Lazio, e per chi ha fatto della politica un mestiere l’imperativo è evidente: trovare ogni sorta di accorgimento per arrivarci con qualche buona probabilità di successo. O di sopravvivenza, se non altro. 

Le conseguenze, pessime, sono quelle di cui stiamo parlando. Invece di impegnarsi a costruire qualcosa di realmente affine, e perciò di duraturo, si rimbalza da una messinscena all’altra. Ci si aggrega solo per rastrellare un maggior numero di consensi e poi tornare a muoversi ognuno per conto proprio. In cerca di maggiori vantaggi personali, di corrente, di fazione.

Il “centro”: l’esca avvelenata 

Se questo è sempre grave, a sinistra come a destra, è ancora più sospetto quando avviene appellandosi al “centro”. Che è davvero una strana definizione. Apparentemente così chiara. Di fatto quanto mai ambigua. 

Una definizione che in effetti va presa con le molle. Perché non fissa come dovrebbe i suoi veri contenuti e i suoi veri obiettivi, mascherati dietro affermazioni di principio che si possono stiracchiare a piacimento: come l’abusatissimo riformismo o l’immancabile richiamo alla centralità della persona. Sorvolando al contrario su fenomeni immani e ultra nocivi come il dilagare dell’economia finanziaria e della relativa, implacabile speculazione. 

Lasciate nel vago le vere finalità, si fa leva più che altro sull’esistenza – sulla persistenza – di un consistente numero di cittadini bisognosi di rassicurazione. Persone che per indole, prima ancora che per ragionamento, sono allarmate da tutto ciò che si presenta all’insegna dei cambiamenti netti. Gente che desidera la stabilità e che tende a identificarla nell’assetto socioeconomico che c’è già, magari augurandosi che vi si aggiunga una maggiore efficienza nell’interesse di tutti. 

Capiamoci: sono desideri comprensibili, specialmente in un mondo che appare sempre più inquieto e insicuro. Ma allo stesso tempo sono atteggiamenti profondamente sbagliati, perché danno per scontato ciò che scontato non è: il fatto che il modello oggi dominante sia sostanzialmente condivisibile e che, perciò, sia sufficiente introdurre qualche correttivo qua e là.

Non è così. Non si tratta solo di difetti “applicativi” ma di vizi costitutivi. A cominciare dalla competizione economica esasperata e dalla costante, servile subordinazione dell’Italia, e dell’Europa, agli interessi degli USA.

Chi si definisce “di centro” ha innanzitutto un dovere: specificare “al centro” di cosa. Di quale sistema di potere. Di quale progetto di società. Nel breve e nel lungo termine.

La sola etichetta non basta. Peggio: è truffaldina.