di Gerardo Valentini 

Doveva essere naturale. Quasi ovvio. Si adottano unitariamente le sanzioni contro la Russia e in modo altrettanto unitario se ne gestiscono le conseguenze a danno dei Paesi che vi hanno aderito. Che lo hanno fatto, come è noto e come viene addirittura rivendicato a gran voce, in ossequio a una indispensabile unione politica.

Tali conseguenze, d’altronde, erano facilissime da prevedere. E non ci voleva certo un genio per immaginare che avrebbero avuto un impatto cospicuo. Cospicuo e ad amplissimo raggio: quando il prezzo dell’energia sale molto, sino ad andare alle stelle, i suoi incrementi innescano per forza di cose delle enormi reazioni a catena. Quelle che stiamo vedendo e sopportando ormai da mesi. E che ben lungi dall’avvicinarsi alla fine sono invece proiettate verso un ulteriore e assai più grave peggioramento.

Di fronte a tutto questo, che è scaturito appunto da una scelta praticamente obbligata alla quale nessuno Stato membro della UE ha potuto sottrarsi, il principio al quale bisognava attenersi è elementare: comune la decisione, comuni le reazioni. 

Le risposte alle difficoltà sopravvenute dovevano essere elaborate da un’unica fonte. Che poteva essere la Commissione europea o eventualmente un altro organismo istituito ad hoc. Una “cabina di regia”, come si dice di solito. Ma non come sede meramente consultiva, per non dire dilatoria, bensì come il luogo in cui stabilire le contromisure necessarie. 

Necessarie tanto in chiave generale quanto riguardo alle esigenze delle singole nazioni. Gli interventi sarebbero stati sì differenti, per modellarli sulla base delle diverse realtà, ma ispirati alla medesima logica e coordinati tra loro per evitare scelte contraddittorie e risultati non omogenei.

È accaduto il contrario. E, quel che è peggio, dopo più di sei mesi continua ad accadere.

Proclami comuni, egoismi assortiti

Sono costretti ad ammetterlo, nero su bianco, anche i principali quotidiani del mainstream. Sulla prima pagina di Repubblica, sabato scorso, campeggiava un gigantesco “Gas, l’Europa non decide”. Lo stesso giorno il Corriere della Sera titolava in modo più possibilista, o ipocrita, “Tetto al gas, solo piccoli passi”. Nelle ore successive, però, i piccoli passi non ci sono stati. E comunque, semmai arrivassero, sarebbero terribilmente tardivi.

La verità resta innegabile. I diversi governi si muovono in ordine sparso e antepongono i propri specifici vantaggi all’obiettivo, impossibile da negare in via ufficiale ma poi vanificato a colpi di rinvii, di una linea nitida e pienamente solidale. Le motivazioni sono tante e ognuno ha le sue. Nelle quali si mischiano, e si aggrovigliano, elementi di politica estera e di politica interna.

Essendo spiccatamente di parte e pronte a ogni sotterfugio, quelle motivazioni non si possono esporre in maniera troppo chiara. Però incidono, eccome, sulle proprie mosse. A volte, come per i Paesi dell’Est Europa, dipende dalla distanza fisica dalla Russia e dalle preesistenti relazioni con quel Paese. Altre volte, come per l’Olanda, le pressioni sono speculative: Il TTF (Title Transfer Facility)  di Amsterdam è il mercato di riferimento in materia di gas e sta generando profitti immensi. Ciò che per la generalità è un costo esorbitante e  sempre più insopportabile, per i pochi soggetti che ci lucrano sopra è una fonte di guadagni colossali ai quali non intendono rinunciare. 

Alle solite: la politica non ha la forza di imporsi ai potentati economici e non si azzarda e farlo nemmeno in presenza di una situazione eccezionale come quella attuale. Che di fatto è assimilabile a una guerra, per la rilevanza delle sanzioni-boomerang e per il sostegno bellico all’Ucraina, ma che non può essere trattata come tale perché formalmente non è un conflitto in piena regola e quindi non consente, tra l’altro, misure draconiane a carico di chi si arricchisce a dismisura con operazioni fuori da qualsiasi etica e analoghe, nella sostanza, a quelle del mercato nero.

Un’altra ambiguità, l’ennesima, dell’Unione Europea. Che è unita e vincolante a corrente alternata. Ovvero, a interessi prevalenti. 

Che si atteggia a federazione, inneggiando a una volontà condivisa e a una sostanziale uguaglianza di tutti i suoi membri, ma che non riesce neanche lontanamente a neutralizzare gli egoismi locali e a incanalarli verso uno sviluppo comune e via via più omogeneo.

Non riesce. Anzi: non vuole.