Di Gerardo Valentini

Era doveroso chiederselo fin dal primo momento. E più che mai lo è oggi, ora che ci stiamo avvicinando all’inverno. Ora che il nostro tessuto socioeconomico si avvia a essere investito in modo ancora più drammatico dall’impatto dei prezzi esorbitanti dell’energia.

Un onere spaventoso e di cui non si intravede la fine. Che andrà a colpire le aziende che devono produrre a costi sempre più insostenibili. E che si abbatterà anche sui cittadini, e innanzitutto sulle famiglie con figli, schiacciati dagli importi delle utenze domestiche: non per i lussi superflui su cui ironizzava Draghi in aprile, domandando in modo sarcastico «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?», ma per le necessità inderogabili dell’illuminazione, della cottura dei cibi, del riscaldamento.

Personalmente avevamo posto il problema già a inizio settembre, in un commento intitolato “Inflazione e tutto il resto. Era davvero inevitabile?”. Il filo conduttore del ragionamento era che gli Stati della UE, e quindi anche l’Italia, avevano adottato le sanzioni in maniera troppo schematica. Convinti che esse avrebbero rapidamente travolto la Russia. E insieme alla Russia il suo leader, Vladimir Putin.

Gli avvenimenti successivi hanno dimostrato che quelle aspettative erano illusorie. O quantomeno affrettate. Per due ordini di motivi. Il primo è che l’economia russa non è affatto crollata. Il secondo, ancora più grave, è che la pretesa unità politica dell’Unione Europea ha mostrato tutti i suoi limiti: dopo aver inutilmente cercato un accordo che portasse a imporre un prezzo massimo del gas, la Germania ha annunciato che agirà da sola per fronteggiare le ripercussioni della crisi energetica: un enorme pacchetto di aiuti di Stato per supportare le imprese e le famiglie tedesche.

Quanto agli altri Paesi europei, che ognuno se la cavi a modo suo. Se ne è capace.

Chi di schemi campa, di schemi crepa

Ciò che viene spacciato per una rigorosa fermezza su posizioni di principio – e quindi non solo di carattere politico ma addirittura di natura etica – è in effetti un appiattimento meccanico sull’interpretazione più grossolana: Putin è cattivo e perciò, siccome noi occidentali siamo il Bene, l’unica opzione che contempliamo è un appoggio illimitato a Zelensky, confidando che la sconfitta militare della Russia travolga il suo attuale presidente e lo costringa a uscire di scena.

Certo: questo era lo schema iniziale adottato anche dagli USA, che in parte lo perpetuano ancora ma in chiave sempre più propagandistica e sempre meno sostanziale. Su altri piani, i vertici della Casa Bianca e del Pentagono stanno valutando come uscire dal conflitto senza arrivare alle estreme conseguenze. Ossia a un’escalation nucleare.

Un segnale preciso, che equivale a un avvertimento lanciato a Kiev riguardo a ogni iniziativa di stampo terroristico o comunque non concordata, è l’articolo pubblicato pochi giorni fa dal New York Times su imbeccata delle autorità statunitensi: la “rivelazione” che l’intelligence americana addebita ai servizi segreti ucraini l’attentato del 20 agosto contro Alexander Dugin, in cui rimase uccisa la figlia del cosiddetto “ideologo di Putin”.

Il problema, però, è che la generalità dei politici europei, ivi inclusi quelli italiani, sono talmente disabituati a pensare con la propria testa da ripetere a oltranza la versione di partenza. Avvezzi a conformarsi alle direttive di Washington, tardano a orizzontarsi nel nuovo scenario che si sta plasmando: con un governo ucraino che è talmente euforizzato dai suoi successi militari da sopravvalutare le proprie forze. Aspirando a rivalersi in un sol colpo dei secoli di sopraffazioni subite dall’odiata Russia. E dimenticando che la controffensiva è stata resa possibile dallo spropositato supporto degli armamenti occidentali. Come ha puntualizzato recentemente Federico Petroni, di Limes, «Il governo di Kiev ha la sua teoria della vittoria che è diversa da quella americana».

Oggi Zelensky si sente in vantaggio e crede, o si illude, di poter infliggere a Mosca un colpo mortale e definitivo. Invece di lavorare per la pace, aprendosi a un negoziato, persegue il sogno di stravincere la guerra.

Il vero compito dell’Occidente, e innanzitutto dei Paesi UE, non è più salvarlo. È dissuaderlo. Perché le sue ambizioni stanno diventando smodate e non siamo noi a doverne pagare il conto.

Perché i suoi interessi coincidono sempre meno con i nostri.