Di Gerardo Valentini

C’è la versione garbata: “il dilemma del PD”. Ce ne sono svariate altre che non sono garbate affatto, ma ci affidiamo alla vostra immaginazione.

Ciò che non cambia è la sostanza. E la sostanza è che il PD si avvicina alle Regionali del prossimo anno sapendo che in ogni caso dovrà pagare un prezzo salato: se si presenta con lo stesso assetto delle Politiche si consegna a una sconfitta sicura; se si allea con il M5S, oppure con Azione, è costretto a rimangiarsi i drastici giudizi che aveva espresso su entrambi in vista del voto del 25 settembre e che lo avevano indotto, appunto, a non stringere con loro alcun patto di coalizione. 

Inoltre, stando ai numeri attuali, non è detto che basti. Dando per scontato che le due opzioni di maggior rilievo siano alternative e inconciliabili – o insieme a Conte, o insieme a Calenda & Renzi – i conteggi sono comunque aleatori e rimangono quanto mai incerti. A cominciare dal fatto che non ci sono dei dati attendibili da sommare.  

I risultati delle Regionali 2018, infatti, riflettevano un quadro profondamente diverso. Basti ricordare che nella nostra regione FdI si fermò all’8,7, a fronte del 36,37 raggiunto dall’intero centrodestra, mentre alle ultime Politiche il partito di Giorgia Meloni ha ottenuto da solo il 31,2. Con tutto ciò, Nicola Zingaretti vinse con nemmeno due punti di vantaggio sul candidato del centrodestra, che era Stefano Parisi, e non arrivò ad avere la maggioranza dei seggi. Tanto è vero che dovette allearsi con i Cinque Stelle, all’epoca capitanati da Roberta Lombardi. 

Nel frattempo, com’è noto, sono sopravvenuti degli autentici sconquassi.

Vecchi rancori. O nuovi opportunismi? 

Cominciamo dal PD, che è quello che se la passa peggio. 

Innanzitutto, perché è ancora in mezzo al guado della sua ipotetica rigenerazione e, come emerge benissimo dal caotico dibattito tuttora in corso sulle pagine di Repubblica, è tutto da verificare che sia in grado di uscirne. Subito dopo, o subito accanto, perché rispetto sia al M5S sia ad Azione è quello che rischia di più, sino alla definitiva implosione. Per arrivare all’eventuale riavvicinamento, quindi, sarà lui a doversi piegare alle istanze altrui. 

Quanto al M5S, lo stravolgimento è già avvenuto ed è stato enorme. 

La fase movimentista e categoricamente anti sistema è ormai un lontano ricordo, sostituita da un approccio molto più limitato e ragionevole. Al posto dell’incendiario Beppe Grillo che si atteggiava a leader di una rivoluzione, benché incruenta, ecco qua il misurato Giuseppe Conte che non vuole rivoluzionare un bel niente e si accontenta di strappare qualche concessione a vantaggio delle fasce più deboli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, il salario minimo e via elemosinando. Lo scopo ufficiale è aiutare i poveri affinché sopravvivano alla scarsità di lavoro e di reddito. Quello implicito, e sottaciuto, è che essi, così rabboniti, non abbiano alcuna tentazione di trasformare il proprio malcontento in rabbia organizzata.

In questa chiave, dunque, l’alleanza tra PD e M5S sarebbe più che possibile in quanto entrambi si iscrivono nella medesima galassia, o nella medesima nebulosa, del sedicente progressismo. Le differenze ci sono, naturalmente, ma non appaiono così rilevanti da escludere a priori un accordo.

Ma allora dove sta, l’ostacolo? L’ostacolo o, addirittura, il muro insormontabile?

I fattori principali sono due.

Il primo è quello, deprecabile finché si vuole ma assai concreto, degli attriti personali che si sono irrigiditi in ostilità preconcette e in rancori viscerali. Il secondo, legato anch’esso alla “politica politicata”, è che i due partiti stanno attraversando una fase completamente diversa

Il PD è in piena crisi: uscito con le ossa rotte dalle ultime elezioni, non solo per la sconfitta in sé ma per come essa ha screditato tanto il progetto complessivo quanto le capacità della sua classe dirigente, è sprofondato in una turbolenza interna che è ben lungi dall’essere conclusa. 

Il M5S, al contrario, è in una parabola ascendente. Dopo aver rischiato di finire annichilito dalle proprie contraddizioni interne, sino alla defezione suicida del povero Di Maio e degli illusi che lo hanno seguito, è riuscito a ritagliarsi un nuovo spazio. Quello del paladino, appunto, dei ceti meno abbienti e di chi, allergico alle Destre, non si sente più rappresentato né dai tecnocrati del PD né dai rimasugli della vecchia Sinistra.

Conclusione: l’onere di un’eventuale intesa ricade principalmente sul PD e i tempi per decidere sono stretti. 

Quale rospo preferiranno ingoiare? Una nuova e cocente sconfitta, contro l’odiata coalizione di centrodestra, o un sodalizio obbligato con l’avversario/nemico Giuseppe Conte? 

Noi propendiamo per la seconda ipotesi. L’ambizione, si sa, è uno straordinario “digestivo” per chi ha smanie di potere e campa di governo o sottogoverno.