Di Gerardo Valentini

Era sempre stata col centrodestra, sia pure da indipendente. Un sodalizio che aveva avuto inizio nel 1994, in coincidenza con l’emergere di Berlusconi come leader politico, e che da allora l’ha portata ad acquisire una lunga serie di incarichi di primo piano. 

Un percorso che è doveroso riepilogare, visto ciò che sta accadendo adesso. Riepilogare. Fissare.

Letizia Moratti divenne subito presidente della Rai, fino all’aprile del ’96, e poi ministro della Pubblica Istruzione per il quinquennio 2001/2006. E soprattutto, sul piano elettorale, conseguì la nomina a sindaco di Milano nel giugno 2006. Una carica che lei provò a confermare nella tornata successiva di cinque anni dopo, venendo però largamente battuta da Giuliano Pisapia. Indipendente pure lui, ma di sinistra. Proveniente, per essere più precisi, dalle file di Rifondazione Comunista.

Eletta comunque nel Consiglio comunale del capoluogo lombardo, Letizia Moratti non tardò a mollare sia il PdL sia lo scranno a Palazzo Marino: nel giro di un paio di mesi, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, lasciò il partito di Berlusconi e si dimise dall’assemblea. 

Per qualche tempo sembrò che dovesse legarsi a Futuro e Libertà, la nuova creatura di Gianfranco Fini che ambiva a ritagliarsi uno spazio proprio all’interno di un’iniziativa comune con Casini, Rutelli e Lombardo (e anche allora, guarda caso, si parlo di “Terzo Polo”), ma poi non se ne fece nulla. Lei preferì tornare alle sue attività prettamente manageriali, certamente facilitate dal suo essere la moglie del ricchissimo petroliere Gianmarco Moratti, e per una decina d’anni si dedicò a quelle. 

Fino a quando, l’8 gennaio 2021, non è arrivato il giorno del rientro nelle pubbliche istituzioni, con la nomina ad assessore al Welfare e a vicepresidente della Regione Lombardia, guidata dal leghista Attilio Fontana. 

Quasi trent’anni dopo il 1994. E di nuovo, manco a dirlo, nelle schiere del centrodestra.

Oggi di qua, domani chissà

Adesso, invece, Letizia Moratti ha deciso di voltare pagina e di andarsene altrove.

La versione ufficiale è che non si trova più a suo agio in un «campo politico che è diventato ormai molto più destra che centro». Il dato di fatto oggettivo è che il centrodestra ha scelto di non candidarla a presidente della Regione Lombardia. Come, a sentire lei, le era stato promesso.

Sia come sia – ripulsa o ripicca – la rottura si è consumata e ha aperto scenari sorprendenti. Che la dicono lunga sulle insidie in cui sprofonda la politica quando non è capace di esprimere una propria classe dirigente all’altezza dei suoi compiti,  nonché dell’immagine pubblica che dovrebbe avere agli occhi dei cittadini. Finendo perciò con il ripiegare su candidati di altra origine. E di varia provenienza. E di dubbia fedeltà.

Partiamo, però, dalla domanda fondamentale. 

Chi la sosterrà, in questo caso, la “sciura” Moratti? Non è chiaro. O meglio: a essere chiaro è il progetto, che mira a riunire intorno al suo nome tutte le forze (o tutte le debolezze…) in cerca di una rivincita sul centrodestra, dopo la clamorosa sconfitta alle Politiche.  

Un piano ambizioso, che fa rima con capzioso. 

Di sicuro, per ora, c’è soltanto il sostegno della solita Azione di Calenda & Renzi, ormai specializzata nell’accogliere i transfughi alla Gelmini e Carfagna. Inoltre, lei stessa dà per certo che la appoggeranno diverse liste civiche. Espressione, come si dice, del “sociale”.

Ma a mancare all’appello è l’interlocutore principale, che è ovviamente il PD. E che è quanto mai incerto sul da farsi. Qualcuno pende per il sì, pensando che la priorità sia appunto non perdere anche in Lombardia, dopo la batosta a livello nazionale. Molti altri, al contrario, inorridiscono al solo pensiero di doversi apparentare con una persona che sarà pure di centro, anziché di centrodestra, ma che, insomma, ha quella storia lì, quel percorso lì, quel passato lì.

In altre parole: meglio provare a vincere unendosi a una ex (ex?) avversaria, o azzardarsi a fare da soli ma in mancanza di un personaggio popolare da indicare/mostrare/esibire agli elettori? 

Sono dubbi seri. E se per noi è un piacere constatare che ora sono il PD e soci a doverci fare i conti, la lezione deve però riguardare tutti i partiti. La politica non può ridursi a casting di interpreti più o meno d’occasione, ingaggiando il tecnico o il testimonial di turno. La politica deve basarsi su precisi elementi valoriali: fino a rendere impensabile che si possa saltabeccare da uno schieramento a un altro.

Impensabile. E quindi impossibile.