di Gerardo Valentini 

Si sta ampliando sempre di più, il fronte politico di chi attacca il Reddito di cittadinanza. E lo si è visto anche al Meeting di Rimini, il classico appuntamento annuale organizzato da Comunione e Liberazione e ormai giunto alla sua 43esima edizione.

Le accuse, fondamentalmente, si muovono su due direttrici. Si limitano a due direttrici.

La prima è spiccatamente economica: quei fondi andrebbero indirizzati altrove,  ad esempio per incentivare le assunzioni dei disoccupati alleggerendo gli oneri a carico delle aziende. 

La seconda è di tipo morale, quando non scade invece nel moralismo: troppa facilità nel concedere i sussidi e poi nel mantenerli, inducendo i percettori ad adagiarsi nello status di eterni assistiti. Nonché, e qui le requisitorie sono più che mai condivisibili, la carenza di controlli che ha portato ad abusi gravi o gravissimi: perpetrati da chi un lavoro ce l’ha, ma in nero, e da chi gode già di guadagni, anche cospicui, di natura illegale. 

In tutto questo, però, continua a mancare un aspetto cruciale. Che secondo noi è ancora più importante. Perché attiene non solo al presente ma soprattutto al futuro. Il futuro sia dei beneficati dalle sovvenzioni di Stato, sia della comunità nazionale nel suo insieme. 

Questo aspetto decisivo è la valorizzazione dei cittadini – di ciascun cittadino, a meno che ne sia impedito oggettivamente – nell’ambito della vita produttiva e sociale del Paese. 

Chi non lavora, infatti, non sta solo immiserendo la propria esistenza personale, consegnandosi a una marginalità pressoché senza ritorno. Quel che è peggio è che sta privando la società del suo apporto di energie e di capacità. 

Il punto chiave, allora, è proprio questo: è far sì che ogni italiano sia messo nelle condizioni di poter dare il proprio contributo al benessere generale. Che non si riduce all’incremento del PIL o del reddito pro capite. Ma riguarda la gratificazione e l’orgoglio di essere parte di una collettività in cui ciascuno fa del suo meglio.

Da sussidi a investimenti

Il vero vizio del Reddito di cittadinanza è che finisce con l’essere uno spreco. Soldi a fondo perduto. Benefici illusori e a scartamento ridotto.

Chi li percepisce tende a impigrirsi. A rinunciare all’idea di avere delle potenzialità e di poterle sviluppare. Soddisfacendo così, allo stesso tempo, le proprie aspettative e quelle collettive. 

L’alternativa, e la soluzione, sta invece nell’utilizzare quei denari ai fini di un inserimento proficuo nel mondo del lavoro. Al posto dell’attesa, più o meno fideistica, della chiamata da parte dei velleitari e disastrosi Centri per l’impiego, ci vogliono dei percorsi di preparazione che comincino subito e che portino, via via, ad accrescere in modo sostanziale le proprie competenze. 

Da un lato  attraverso dei corsi di formazione: ben diversi, però, da quelli, spesso ingannevoli e inefficaci, organizzati dall’ente pubblico di turno per simulare di avere a cuore il problema. 

Dall’altro, per mezzo di esperienze lavorative sul campo. I cui compensi, giocoforza limitati perché in quella fase la professionalità del dipendente è ancora modesta, devono essere integrati con l’importo dei sussidi pubblici. Ecco, quindi, che la retribuzione smette di essere talmente esigua da diventare un fattore di scoramento e si trasforma, giustamente, nell’anteprima di quello che potrà essere lo standard una volta che ci si sia dotati di una preparazione adeguata.

Come è stato detto, assai a proposito, “se un uomo ha fame non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare”. Nel nostro caso si può fare ancora meglio. Si può “regalargli il pesce” mentre “gli si insegna a pescare”. A vantaggio suo e di tutti.

Un approccio che è agli antipodi dell’assistenzialismo a pioggia. In cui rientra, eccome, anche il Reddito di cittadinanza. Il cosiddetto Reddito di cittadinanza. Che fatalmente lascia le cose come sono e che finisce con il cronicizzare le patologie, visto che a coloro che ne sono colpiti non offre affatto una cura che li guarisca, ma solo dei palliativi utili sì e no a nasconderne i sintomi. 

Il M5S ne ha fatto un capzioso e lucrosissimo elemento di speculazione elettorale, nel segno del peggiore “voto di scambio”. Noi dobbiamo lasciarcelo alle spalle e trasformarlo in tutt’altro.

Perché i nostri connazionali impoveriti dalla mancanza di lavoro non li vogliamo sprofondare per sempre nel limbo della carità pubblica. Niente affatto: li vogliamo restituire a una vita attiva e dignitosa. 

Se lo meritano loro. Se lo merita la nostra Italia.