Di Gerardo Valentini

D’istinto verrebbe da rallegrarsi. Di fronte all’esito delle elezioni il centrosinistra, e specialmente il PD, ha fatto quello che fa di solito: ha dato la colpa agli altri. Zero analisi degne di tal nome e un mucchio di dolenti riflessioni su ciò che non è andato come si voleva. 

Eh. I potenziali alleati non si sono alleati. I cittadini non hanno capito. Il centrodestra – accidentaccio – si è riunito in una coalizione che per quanto composita, e su svariate questioni obiettivamente contraddittoria, ha marciato compatta. Fino ad aggiudicarsi la vittoria. Una vittoria schiacciante, in effetti.    

La reazione giusta, la reazione naturale, dovrebbe essere un duro esame di coscienza. Accurato, spregiudicato, persino aspro. Dove abbiamo sbagliato? In che cosa non abbiamo soddisfatto le aspettative degli elettori? Con quali atti, e con quali atteggiamenti, abbiamo fatto sentire così tante persone ignorate e deluse, fino a spingerle nelle braccia degli avversari o a farle sprofondare nel senso di estraneità e di disgusto che sfocia nell’astensionismo di massa? 

Niente di tutto ciò, invece. Ancora una volta, sembra che agli occhi dei vari Enrico Letta e Carlo Calenda e fiancheggiatori assortiti la bocciatura delle urne appaia una specie di stranezza. Un’anomalia talmente insensata da risultare incomprensibile. 

Ma come? Loro sono bravi (molto), competenti (moltissimo) e ricolmi di buone intenzioni (al sommo grado). Se qualcosa va bene è indubbiamente un effetto di quelle mirabili qualità, poste al servizio del progresso e del popolo: anzi, dell’umanità intera. Ciò che va male, al contrario, attiene all’ineluttabile, che nulla e nessuno avrebbe potuto evitare. Lo sciagurato intrecciarsi di nuovi fenomeni internazionali e di antichi vizi nostrani. Cause di forza maggiore, sempre e comunque. E tuttavia, in mani altrui, sarebbe andata infinitamente peggio.  

Conclusione: se gli elettori non li votano in massa, assicurandosi al contempo la loro sagacia e gli apprezzamenti dei vertici USA e UE, deve trattarsi per forza di un malinteso. Anzi: di un misunderstanding.

Questi cittadini indisciplinati…

«Un voto di protesta». Nella puntata di ieri di Porta a porta il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, lo ha definito così, il risultato delle urne. Come se il trionfo del centrodestra, e più che mai di Fratelli d’Italia e della sua leader Giorgia Meloni, non fosse altro che questo: il segnale di un malumore dei cittadini nei confronti delle istituzioni in genere e dei partiti di governo in particolare. Un malumore che, in quanto tale, ha molto a che fare con l’emotività e poco, o pochissimo, o addirittura nulla, con la realtà delle cose. 

Una specie di abbaglio, insomma. Un malumore che certo è assai diffuso e persistente, tanto più che ben 18 milioni di aventi diritto non si sono neanche presi la briga di andare ai seggi, ma che equivale a uno sfogo, anziché a un giudizio. Oggi moltissimi elettori sono stati offuscati dalla loro frustrazione. Domani si ravvederanno comprendendo, finalmente, che tutto quello che li assilla non va affatto imputato alle classe dirigenti, PD in testa. Macché: a quei solerti difensori della democrazia e dei diritti civili bisogna solo dire grazie, per i guai ancora maggiori che hanno schivato. Per la loro fermezza. Per il loro realismo.

È un approccio ottuso. E gravissimo. Che va ben al di là della dimensione elettorale e si estende al modo di concepire la politica e di gestire i rapporti con la popolazione. Quella popolazione che si dovrebbe rappresentare, governare, tutelare. 

È l’approccio di chi, a forza di confondere la carriera personale con un vero cursus honorum, si è appiattito sul proprio tornaconto. Sulla convivenza  con gli assetti di potere che esistono già e che sono condizionati/monopolizzati dalle grandi entità straniere. Sia statali, a cominciare dagli Stati Uniti, sia economico-finanziarie. Una convivenza che comporta un’incessante disponibilità a scendere a patti. Allineandosi agli ordini dei capi o addirittura sforzandosi di prevenirli, a riprova della propria fedeltà fervorosa e senza limiti.

Un’acquiescenza che viene spacciata per pragmatismo e in cui l’unico ruolo degli elettori è l’avallo di ciò che è stato già deciso altrove. Una pseudo democrazia ridotta a claque. E quando, non sia mai, l’avallo non arriva, allora sono gli elettori stessi a sbagliare. Abbindolati dai populisti di turno e da altri consimili cialtroni.

La chiave di volta? Eccola. Che il “voto di protesta” si trasformi, il più presto possibile, nella sua evoluzione ideale: il voto di rifiuto. Consapevole. Rigoroso. Per sempre.