Di Gerardo Valentini

Un pasticcio spaventoso. Risibile per un verso, inquietante per l’altro.

Nel centrosinistra (o meglio: nel cosiddetto centrosinistra, etichetta sempre più posticcia e fuorviante) il percorso di avvicinamento alle elezioni del prossimo 25 settembre sta mostrando con estrema chiarezza fino a che punto quel mondo sia malato. Mica per un malanno di stagione, legato alle circostanze e, in particolare, all’epilogo anticipato e improvviso della legislatura. 

Niente affatto: le patologie sono di gran lunga più radicate e sconfinano nel vizio genetico. Che risale a una trentina di anni fa. Quando ebbe inizio la “fusione a freddo” tra ciò che restava del vecchio PC e della vecchia DC, nel segno di quella cogestione del potere che non si merita nemmeno la dicitura, di per sé già negativa, di “cattocomunismo”. 

Le idee non c’entrano, se non come paravento. Ciò che conta è appunto la spartizione delle cariche, proni a certi diktat internazionali (“ce lo chiede l’Europa…”) e perennemente in cerca di privilegi. Ivi incluse, con un’ulteriore perversione che non va minimamente sottovalutata, le smanie di affermazione personale. Con le loro orride scie di vanità e di esibizionismi. Di proclami altisonanti e di retromarce ignobili, cuciti insieme con il filo, inesauribile, dell’autoassoluzione. Vedi, per citarne solo uno, il Matteo Renzi che assicurò di lasciare la politica in caso di sconfitta nel referendum costituzionale del 2016. 

Bene: il referendum lo perse. E lo perse di schianto.

Male: è ancora lì. Senza aver saltato neanche un giro.

La coalizione dei cocci

Tradisci oggi, snatura domani, il risultato è quello odierno. Si scrive coalizione, si legge accozzaglia. Dall’Ulivo degli anni Novanta, che se non altro nasceva ammantato da grandi aspettative, si è passati al Pasticcio-Senza-Nome di oggi. Il cui slogan-ombra potrebbe essere l’ormai proverbiale “io speriamo che me la cavo”.   

L’alibi è quello della fretta: le elezioni che arrivano così presto, e per di più a settembre, costringendo a riunioni estive impreviste e ripetute. Concitate e contraddittorie. Tu cosa mi dai? E tu cosa mi offri? Anzi: cosa puoi garantirmi?

Lo spauracchio è quello della vittoria, oaddirittura del trionfo, del centrodestra. E persino dell’avvento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Tanto per cambiare, si agitano i fantasmi del sovranismo. Dell’antieuropeismo. O persino, my God, del neofascismo.

Il totem è Mario Draghi. Ovvero la sua presunta, presuntissima bibbia: la fantomatica “Agenda Draghi”. Che detto così farebbe pensare a delle geniali linee strategiche escogitate, appunto, dall’ex governatore della BCE, benevolmente prestatosi all’incarico di presidente del Consiglio. La verità è assai meno brillante. E si riduce, sfrondata della retorica, al fatto che Draghi è il fedele esecutore di ciò che si vuole imporre al nostro Paese, in cambio dei fondi multimilionari del PNRR. 

L’esito, peraltro tuttora incerto, è la suddetta accozzaglia. Che tenta affannosamente di aggregare qualsiasi portatore di voti, tanti o pochi che essi siano, accantonando anche le più stridenti contraddizioni tra i diversi “alleati”. Pezzi sparsi tenuti insieme con la colla, assai liquida e moltissimo vischiosa, degli interessi comuni. E del terrore diffuso, tra molti parlamentari, di uscire di scena e di non tornarci mai più. 

Il Rosatellum, che pure è opera dell’allora PD Ettore Rosato e che fu votato anche da chi oggi se ne lamenta, è diventato un boomerang. Tipico del maggioritario: quando sei convinto di trarne vantaggio lo invochi come cardine della stabilità; quando pensi/sai che favorirà i tuoi avversari vorresti non averlo mai introdotto.

Si scrive coalizione. Si legge poltiglia.