Di Gerardo Valentini

“Ipersensibilità accertata verso il prodotto”. Se parlassimo di un farmaco, o di un’altra sostanza, la formula da usare sarebbe questa: il problema non è la cosa in sé, che viceversa ha di solito degli effetti positivi, ma il soggetto anomalo che ne viene a contatto. Un problema organico, un problema psichico, vai a sapere.

Nel nostro caso, invece, non si tratta di una sostanza né di un farmaco, nel senso materiale del termine. Tuttavia, un suo potere curativo ce l’ha davvero: il malato è la Scuola, debilitata dall’egualitarismo ipocrita degli ultimi decenni, e una robusta cura ricostituente è quanto mai necessaria.

Oddio: si potrà dire “robusta”, o l’aggettivo è troppo netto, aggressivo, fascista

Sarcasmi a parte, e se ne potrebbero scodellare a iosa, il tema è serissimo. Il tema è quello del merito. Che il neonato governo Meloni ha deciso di mettere in risalto sino a farne un vessillo. E infatti, a tale scopo, lo ha inserito nella nuova denominazione del dicastero che si occupa dell’insegnamento pubblico, dalle elementari in poi: “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.

È bastato questo per scatenare le ire di innumerevoli appartenenti al mondo del (cosiddetto) progressismo. Politici di prima, seconda e terza fila, editorialisti per professione o per circostanza, docenti di vario grado, ma di chissà quale rango, e quant’altri della medesima pasta: quella di chi rabbrividisce di fronte a qualsiasi accenno a una selezione imperniata, appunto, sui meriti individuali.

Il loro presupposto, compulsivo e ai limiti dell’isteria, è che quella selezione sia sbagliata di per sé. Perché andrebbe a danno dei meno dotati, nell’intento più o meno deliberato di mantenerli/imprigionarli in una condizione di inferiorità. Che dal piano scolastico si estenderebbe al prosieguo delle loro vite, vincolandole per sempre, e pressoché senza scampo, a uno stato di subalternità: occupazioni instabili e disoccupazione incombente, paghe risicate o sussidi pubblici, interessi culturali azzerati o giù di là, e via deprimendosi

Ma è vero, tutto questo?

Una scuola “friendly, in un sistema spietato

Il problema autentico è un altro. È quello delle iniquità socioeconomiche. Instaurate, ed esasperate, dal modello neoliberista oggi dominante. Che si è potentemente rilanciato a partire dagli anni Ottanta, sull’asse angloamericano Thatcher-Reagan, per poi estendersi anche in tutta Europa, e quindi anche in Italia. 

Il dato di fatto, inoppugnabile, è che i partiti (sedicenti) di sinistrahanno appoggiato queste dinamiche, accompagnandone l’ascesa e il trionfo. Appellandosi in modo pretestuoso alla ragionevolezza e al pragmatismo hanno lasciato che si arrivasse a una globalizzazione incontrollata e al dilagare dell’economia finanziaria. Via le grandi lotte del passato, imperniate sui diritti sociali, e vai con le battaglie altisonanti, ma a scartamento ridotto,delle rivendicazioni incentrate sui diritti civili. Precari sì, ma LGBTQ+. Disoccupati sì, ma “arcobaleno”. 

Un Eden fittizio, e quanto mai ingannevole, che a chiacchiere celebra le libertà personali ma che nella sostanza precipita intere popolazioni nei gorghi di rapporti economici sempre più squilibrati e impossibili da contrastare. 

Di fronte a una società così brutale (o così “competitiva”, se preferite gli eufemismi) coerenza vorrebbe che le sue logiche e i suoi meccanismi venissero esplicitati con la massima chiarezza. Il che, trasferito in ambito scolastico, significa preparare le nuove generazioni a ciò che le aspetta: per avere una minima possibilità di farcela dovranno temprarsi. Sia sul piano della conoscenza, sia su quello della forza interiore. Nell’imparare la disciplina non ci si sta sottomettendo alla sopraffazione altrui: si sta apprendendo il dominio su di sé. 

PD e affini fanno l’esatto contrario. Avviluppano gli studenti in una ragnatela di finzioni, illudendoli che la società sia un luogo accogliente e rispettoso di tutto e di tutti. Il proclama recita che “nessuno deve essere lasciato indietro”. La realtà è che i meno capaci saranno lasciati indietro, o peggio, dal mercato del lavoro. 

Ripristinare il valore del merito non è affatto la fonte delle future ingiustizie sociali: oltre a essere giusto di per sé, è ciò che permetterà di fronteggiare gli effetti, spaventosi, degli antagonismi esistenti. 

L’ideale, beninteso, sarebbe cambiare anche loro – innanzitutto loro – e restituirli a un’idea diversa del produrre e del consumare. Del competere e del farsi valere. Dell’essere non solo una società, basata su norme di legge, ma una comunità incardinata su valori morali. Su identità profonde e condivise. Sull’affinità che affratella.