Di Gerardo Valentini

Aziende con l’acqua alla gola e a rischio di chiusura. Molte, o moltissime. Sicuramente in aumento.

Famiglie in difficoltà e dal futuro sempre più incerto. Molte, o moltissime. Sicuramente in aumento.

Che tutto questo stia avvenendo, e che sia avviato a peggiorare, è un dato di fatto. Oggettivo. Una situazione le cui cifre sono drammatiche già adesso. E lo diventano ancora di più se si pensa che l’impatto delle dinamiche in corso è frenato dagli interventi statali che tentano di mitigarne gli effetti. Ma che, per forza di cose, non potranno durare all’infinito.

Le cifre, dicevamo.

L’inflazione è all’8,4 per cento. Da giugno ad agosto il prezzo dell’elettricità è salito di oltre 180 punti percentuali. Quello del gas di quasi 230. Come sintetizzava un titolo del Sole 24Ore, pochi giorni fa, “Energia, record di gas e luce: imprese stremate dai costi”.

Quanto alle famiglie, variamente tutelate dalle misure governative, il peggio non è ancora arrivato ma è ormai dietro l’angolo. L’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente istituita nel 1995, lo ha messo nero su bianco già alla fine di luglio: a partire da ottobre “è atteso un incremento delle bollette per le famiglie, stimabile di oltre il 100% rispetto al trimestre in corso”.

Cifre inquietanti. E valori in crescita. Esposti, per di più, a un fortissimo rischio di accelerazione complessiva: perché gli aumenti di ciascuno di essi vanno a intrecciarsi tra loro in una serie – in un groviglio – di contraccolpi reciproci.  

Sanzioni: un salto nel buio 

Chi governa è tenuto a saperlo: il primo requisito di qualunque decisione, e addirittura il suo presupposto, è la messa a fuoco delle conseguenze che ne deriveranno.

Se questo è vero in generale, lo è ancora di più quando chi governa, o sostiene l’esecutivo di turno, si richiama a gran voce ai criteri dell’economia d’impresa. Nell’ambito della quale non bastano affatto le enunciazioni di principio, né tantomeno le buone intenzioni appese per aria, ed è indispensabile fare analisi realistiche. Detto in maniera spiccia, costi e ricavi. 

Non solo. Accanto al calcolo degli oneri e dei profitti, un ruolo decisivo è quello della tempistica. Se i vantaggi arriveranno chissà quando, mentre gli svantaggi ti si abbattono addosso da subito, e durano molto a lungo, il ragionamento non è lungimirante. È sballato. Perché nel frattempo sarai andato in rovina.

La questione delle sanzioni contro la Russia è esemplare, in questo senso. 

Prima di irrogarle era doveroso prevederne l’impatto, con la stessa cura con cui si sarebbe proceduto a un atto così cospicuo all’interno di una holding. Anzi: con una cura ancora maggiore, perché qui si tratta di intere popolazioni e non solo di una platea, più o meno ristretta, di azionisti.

Poi, non appena lo si fosse fatto, quelle valutazioni avrebbero dovuto essere chiarite in Parlamento. Ossia, benché indirettamente, di fronte ai cittadini. Agli elettori. Ai titolari della sovranità nazionale. 

C’erano delle variabili? C’erano delle incognite?

Bene: andavano contemplate e incorporate nei diversi scenari. Ci aspettiamo questo. Interverremo così e cosà. Ipotesi, e possibili soluzioni, a breve e a medio termine. A tre, sei, dodici mesi.

Più concretamente: quanto ci costerà l’impatto delle sanzioni? Come e per quanto tempo le finanze pubbliche potranno sostenere le imprese e le famiglie?

L’unica alternativa, a queste proiezioni e ai relativi conteggi, era dare per scontato che la Russia si accontentasse di subire quelle misure senza contrattaccare in nessun modo. Senza fare leva sulla sua posizione dominante come fornitore di gas. 

Delle due l’una: o davvero ci si è illusi che Putin rimanesse inerte, e allora si è palesemente incapaci di giudicare i propri avversari, oppure ci si è incaponiti a voler ricorrere comunque a uno schema standardizzato. L’Occidente ricco e forte che bacchetta gli sfidanti poveri e deboli. O presunti tali.

Ma adesso siamo noi, a pagarne il prezzo. Noi cittadini. Le imprese già allo stremo e le famiglie in affanno.

Avevamo il diritto di essere avvertiti. Ce l’abbiamo, più che mai, di sapere verso quale futuro ci stanno spingendo. 

Approfondimento video: “Gli effetti della crisi. Aziende in ginocchio e rischio desertificazione”.