Di Gerardo Valentini

La guerra in Ucraina, certo. Le sanzioni del blocco atlantista contro la Russia, indubbiamente. 

Ma sarebbe un grave errore ridurre la questione dell’enorme aumento dei costi dell’energia solo a questi due fattori. Che, al contrario, si sono venuti ad aggiungere a dinamiche che erano già in atto da tempo e su cui gli allarmi, a colpi di cifre precise e di analisi dettagliate, non erano certo mancati.

Nel giugno scorso, ad esempio, il Centro Studi di Confindustria lo ricordava in apertura di una sua ricognizione sulle conseguenze di tali incrementi ripetuti, massicci e via via più drammatici: “A partire dallo scorso anno, i prezzi delle commodity energetiche sono cresciuti progressivamente, raggiungendo livelli critici già a dicembre 2021”. A sua volta, nel settembre successivo, il presidente della stessa Confindustria, Carlo Bonomi, sintetizzava così: «La situazione, legata al rincaro dell’energia e delle materie prime, è deflagrante e chiede una forte assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori del Paese».

Certo: capita spesso che le dichiarazioni vengano più o meno enfatizzate, da chi ha interesse a tirare acqua al suo mulino rivendicando benefici a proprio vantaggio, ma non è questo il caso. Ed è quasi superfluo ricordare che la crescita esorbitante dei costi del gas e dell’energia elettrica (nonché delle loro ripercussioni sull’andamento generale dei prezzi e delle tariffe) va ad abbattersi non soltanto sulle imprese e sugli altri operatori economici ma anche, eccome, sui consumatori di ogni ordine e grado.

Rimaniamo sulle imprese, però. Nel senso, esteso e onnicomprensivo, di chi produce merci e servizi. E nel farlo, fatalmente, deve utilizzare quantitativi di energia che non possono essere ridotti a piacimento e che incidono molto, o moltissimo, sulle spese complessive. 

Attenzione, però: non parliamo di qualcosa che va a ridurre i margini di profitto a scapito dei soli proprietari, per un lasso di tempo limitato e pari a uno o due esercizi, o giù di là. Il rischio, tutt’altro che astratto, è di ben altra portata e investe, oltre alle aziende che siano colpite in modo specifico, l’intero tessuto nazionale. 

Come si dice, il “sistema Paese”.

Una parola, terrificante, che non è solo una parola

“Desertificazione”. Il sostantivo è questo. L’aggettivo può variare, a seconda dell’ambito al quale ci si riferisce, ma quello che li riassume un po’ tutti è “industriale”.

Già: desertificazione industriale.

Una prospettiva che si va facendo sempre più realistica e che deve rientrare tra le priorità della politica. E che deve rientrarvi sempre. Con la massima lungimiranza possibile e con le relative capacità di programmazione, di progetto, di adeguamento delle norme e degli interventi pubblici a sostegno dei soggetti privati. I quali, pur agendo innanzitutto nel proprio interesse, costituiscono la fonte primaria della ricchezza collettiva: per ciò che producono, per i posti di lavoro che assicurano, per il patrimonio di competenze che custodiscono per un verso e potenziano per l’altro.

Ancora più che in altri settori, è qui che la disastrosa “cultura dell’emergenza” va abbandonata del tutto. Rigettata in linea di principio e sostituita, una volta per sempre, da strategie coordinate e in continuo perfezionamento. La politica, infatti, non deve essere l’equivalente dell’apparato della Protezione Civile che si attiva di fronte alle catastrofi già in atto, ma assumere un ruolo costante di supervisione. Prevedendo ciò che è possibile, sia pure nel rapido mutare delle variabili in gioco (e specialmente di quelle internazionali), per poi adattarne gli esiti ai cambiamenti che si prospettano. 

E c’è un altro punto cardine, al riguardo. Un elemento cruciale sul quale torneremo: la proprietà italiana delle aziende. Un requisito che va affermato ad amplissimo raggio, ivi inclusi i dettaglianti stremati dal commercio online e le piccole imprese asfissiate dalla concorrenza dei soggetti stranieri che non sottostanno ai medesimi oneri,  e con rigore assoluto per quelle di maggior rilievo. Vuoi per le loro dimensioni, vuoi per la natura delle loro attività e del loro know-how. 

Guardare solo ai dati aggregati, come si fa abitualmente per il PIL o per gli indici di Borsa, non basta. Anzi: è fuorviante. Non è sufficiente che accada in Italia. È essenziale che appartenga all’Italia e che venga percepito come tale da tutti i cittadini: un tessuto vastissimo e coeso di cui siamo gli artefici e i responsabili. E che perciò difenderemo con le unghie e coi denti, da chiunque ce lo voglia strappare.