Di Gerardo Valentini

Un errore tattico, si spera. Un errore dettato dal desiderio di lanciare subito dei segnali di attivismo istituzionale, sul versante dell’ordine pubblico e non solo, allo scopo di sottolineare la discontinuità rispetto ai governi precedenti. I quali, al di là delle formule ipocrite che proclamavano “l’unità nazionale”, erano espressione del PD e delle sue logiche. Logiche di potere. Logiche di asservimento a interessi contrari a quelli della popolazione nel suo insieme.

Ma l’errore rimane. E c’è da chiedersi se si tratti solo di un inciampo occasionale o di qualcosa di peggio. Se nella fretta non ci si sia resi conto che i primi interventi di un nuovo governo assumono di per sé una rilevanza particolare, che ne trascende l’effettiva portata e li trasforma in simboli di un approccio a tutto campo, o se si creda davvero che il decisionismo sia la bacchetta magica che dissolve ogni ostacolo. 

Nella scala delle priorità, infatti, non c’è dubbio che questioni come i raduni abusivi dei rave siano tutt’altro che in cima. Mentre al vertice si pongono, eccome, le terribili criticità dell’economia: che dipendono da un gran numero di fattori, sia di antica data sia più recenti, e che mettono a repentaglio la stabilità, la sopravvivenza, del nostro tessuto sociale. 

Anche qui: ridurre la povertà crescente e la cospicua disoccupazione alla cattiva volontà degli individui, che si sarebbero rifugiati nel comodo riparo del Reddito di cittadinanza per sottrarsi alle fatiche del lavoro, è un giudizio sommario e sbrigativo. Che in quanto tale è sbagliato. Perché invece di risolvere i problemi li travisa: ignorando che le responsabilità dei singoli, laddove sussistano davvero, si innestano comunque su un quadro che è assai deteriorato. 

Tagliarlo e amen è un rimedio illusorio. Imperniato sul falso presupposto che a determinare la disoccupazione siano i sussidi pubblici. Laddove il fenomeno, al contrario, esisteva ben prima che il M5S tirasse fuori il suo pseudo elisir di giustizia sociale.

Insomma: essere operativi è un bene; procedere a colpi d’accetta no, per niente.   

Dire la verità: anche, e innanzitutto, ai cittadini

Giorgia Meloni fa del suo essere schietta un tratto distintivo. E infatti lo rivendica con orgoglio. 

Ad esempio, riguardo al suo recentissimo incontro con il presidente francese Macron, ha dato lei stessa questa sintesi: «Siamo persone che amano entrambe la franchezza e abbiamo parlato di tutto con la massima chiarezza, delle cose che ci uniscono e di quelle che ci dividono. (…) Gli ho detto: caro Emmanuel, tu difendi gli interessi francesi, io quelli italiani. Su certe cose andremo d’accordo, su altre litigheremo. Ma la lealtà e la franchezza potranno portare soltanto vantaggi ai nostri rapporti».

Domani, giovedì 3 novembre, Meloni è attesa dal primo dei suoi impegni europei da presidente del Consiglio. In rapida successione, a Bruxelles, incontrerà alle 16.30Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo; un’ora dopo sarà la volta di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea; e infine, alle 19.00, toccherà al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel.

Ovviamente non potrà uscirne nulla di risolutivo, ma è importante che emerga con il maggior nitore possibile la necessità di un cambio di passo: dalle buone intenzioni più o meno di facciata, che si spacciano per obiettivi concreti ma che poi rimangono dei meri auspici, alla pianificazione dei percorsi necessari per realizzare quello che serve. E che serve al più presto, non chissà quando.

Oggi, e non è certo un mistero, le priorità sono l’inflazione e i costi dell’energia, patologie gravissime di per sé stesse e che per di più si sono venute ad aggiungere a molti altri elementi di squilibrio e di debolezza. 

Se di fronte agli effetti nefasti del Covid si è ritenuto di dover ricorrere a strumenti eccezionali come il PNRR, lo stesso criterio andrebbe adottato per le pesantissime ripercussioni delle sanzioni anti Putin. 

La “ragion di Stato” della UE ha comportato la decisione di sostenere l’Ucraina, costi quel che costi? Allora, come minimo, deve essere la UE nel suo insieme a tutelare i propri cittadini dalle conseguenze: cominciando col dire pubblicamente che cosa ci si aspetta che accada nei prossimi mesi e con quali contromisure si intende affrontarlo. 

Appellarsi agli ideali “democratici”, francamente, non basta.