di Gerardo Valentini 

Nella migliore delle ipotesi è un atto inutile, la convocazione di ieri dell’ambasciatore russo al Ministero degli Esteri. Ma più probabilmente è anche dannoso, visto che la sua unica ragion d’essere è una sorta di “esibizionismo diplomatico”. Che sul piano sostanziale non aggiunge assolutamente nulla, essendo arcinoto che sulla vicenda ucraina il governo Draghi si è schierato contro il Cremlino con la massima sollecitudine, e che quindi ha il solo scopo di mettersi in mostra: sbandierando ai quattro venti che l’Italia è in primissima fila, nella demonizzazione di Putin. 

A suo tempo, la frase-slogan per giustificare l’ubbidienza alla UE era stata che dovevamo fare “i compiti a casa”. Adesso c’è la smania di andare oltre. Fatti i compiti, ci si precipita a sventolare il quaderno. Così che tutti lo vedano, quanto siamo bravi e disciplinati: magari, per rimanere nel linguaggio scolastico, ci scappa un + sul registro. Nel presupposto che faccia comodo, ai fini del punteggio finale.

Ma come è andato davvero, e fuor di metafora, l’incontro tra il segretario generale della Farnesina, Ettore Francesco Sequi, e l’ambasciatore russo, Sergey Razov?

Elementare, Watson.

È andato né più né meno come era facile prevedere. Un dialogo (si fa per dire) tra sordi. O se si preferisce tra “assordati”, che a causa dei loro ruoli non avevano da dirsi alcunché di nuovo e di significativo. 

Del resto, sia pure di sfuggita, lo avevamo anticipato in chiusura dell’articolo di ieri sulla gravissima decisione tedesca di fronteggiare per conto proprio le terribili ripercussioni socioeconomiche dei prezzi astronomici dell’energia. Quando le reciproche posizioni sono così distanti, e irrigidite, vedersi di persona non ha niente a che vedere con il parlarsi davvero. Ognuna delle parti ribadisce ciò che già si sapeva e il cosiddetto incontro è bello che finito, buono sì e no per qualche riverbero mediatico: anch’esso automatico, anch’esso di routine.

Sequi si impettisce: «Ho espresso la più ferma condanna dell’Italia per i referendum farsa per annettere i territori dell’Ucraina. Referendum di cui l’Italia non riconosce e non riconoscerà l’esito».

L’ambasciata russa, a sua volta, diffonde una nota in cui puntualizza che Razov “ha respinto categoricamente le dichiarazioni della parte italiana e ha esposto le sue posizioni in merito alle questioni che sono state toccate nello spirito di quanto disposto dal discorso del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin nella Sala di San Giorgio del Gran Palazzo del Cremlino il 30 settembre”.

La “torta”, insomma, rimane tale e quale la stessa di prima. L’unica differenza è che il morente governo Draghi ci ha tenuto a piazzarci sopra la ciliegina, tossica, del suo fervore anti Putin. 

Staremo a vedere a chi andrà di traverso, nei prossimi mesi.