Di Gerardo Valentini

Gli esempi si sprecano. E negli ultimi giorni, manco a dirlo, si sono moltiplicati. Ma vediamone solo tre. Per non perdere tempo. Per fissare rapidamente la tendenza, prima di ragionarci su.

Uno: “Nell’aula del Senato è nato il banchiere del popolo” (Domani, 21 luglio, titolo a tutta pagina).

Due: “Il discorso in Aula è stato costruito con una semplicità voluta: soggetto, predicato, complemento. O se si vuole seguendo il motto evangelico che recita: il vostro parlare sia sì sì, no no, perché il di più viene dal maligno” (Corriere della Sera, 21 luglio).

Tre: “Draghi, nella sua asciutta coerenza, ha seminato incontenibile umanità lungo la strada. (…) C’era cuore nel suo ‘Whatever it takes’ che salvò l’euro ai tempi della presidenza della Bce. C’erano cuore e poesia persino in un bazooka, necessario a proteggere le economie più fragili, come la nostra” (Repubblica, 22 luglio, sotto il titolo, già grottesco di suo, “Il banchiere centrale con cuore e bazooka”).

A prima vista possono sembrare solo delle sviolinate ridicole, che fanno venire voglia di liquidarle come tali. Ordinaria ruffianeria, benché spinta all’estremo. La smania di compiacere il padrone che induce a strafare ma che resta nulla di più di un peccato da cortigiani. Eccesso di fervore, diciamo così.

C’è dell’altro, invece. 

Dietro gli elogi smodati si cela un disegno molto più vasto e insidioso, su cui vale la pena di riflettere. Un disegno che oggi si manifesta nell’esaltazione di Draghi ma che di sicuro non comincia adesso. E nemmeno nel passato prossimo.

Questo disegno lo si può definire, per usare un’espressione il più possibile neutra, “propaganda di sistema”. Una propaganda che sconfina nel marketing. E come accade abitualmente nell’ambito commerciale, la propaganda diventa pubblicità. Con l’obiettivo di magnificare un certo prodotto andando al di là delle sue caratteristiche reali. 

Lo si rende attraente, desiderabile. Lo si fa percepire come necessario. Al suo valore intrinseco – una determinata cosa che serve a un determinato scopo – si affiancano delle suggestioni ulteriori. Più sottili e allo stesso tempo più potenti.

La favoletta di turno: Draghi, “uno di noi”

Il problema, nel caso dell’ex presidente della BCE, era aggiungere degli elementi di “calda umanità” alle sue competenze di carattere prettamente economico. Instillando nella popolazione, ossia nell’elettorato, il convincimento che lui fosse completamente al servizio dell’immancabile bene comune. Di lui, insomma, ci si poteva fidare in toto. Proprio come persona. Come compatriota. Come connazionale desideroso di fare gli interessi del popolo italiano, anziché quelli della “filiale Italia”, membro periferico della holding atlantista a guida USA. 

Questo era il messaggio che si doveva diffondere, fino a radicarlo in quante più persone possibile: Draghi è uno di noi. Migliore di noi, per stile e per sostanza, ma ciononostante dalla nostra parte. Perché dietro quelle apparenze glaciali batte un cuore palpitante e generoso, votato a migliorare le condizioni di vita di ciascun cittadino.

Il suo non è cinismo. È rigore. Non è un carnefice che dispensa sofferenze a cuor leggero. Macché. È un chirurgo che è costretto a usare il bisturi per risanare un organismo malato. Gravemente malato. Agonizzante, addirittura. Non lo dice anche il proverbio? Il medico pietoso fa la piaga purulenta…

Il “Draghi Marketing” si è imperniato su questo travisamento. 

Nell’articolo di domani lo spiegheremo meglio.