di Gerardo Valentini

Chi rompe paga, e i cocci sono… nostri. 

Il “chi”, in questo caso, è il M5S: che dal suo incredibile, inesauribile catalogo degli orrori ne ha tirato fuori un altro e ha spinto Draghi alle dimissioni. Consegnate a Mattarella. Respinte da Mattarella. 

Potenzialmente sarebbero soggette a ritiro, sulla base di una verifica parlamentare che è fissata per mercoledì prossimo. Più probabilmente sono destinate a rimanere tali. Escludendo, tra l’altro, un reincarico al premier uscente, che a quanto risulta non ha nessuna intenzione di restare a Palazzo Chigi in una posizione indebolita e ancora più esposta agli attacchi di questo o quel partito. 

D’altronde, benché disgraziata e riprovevole per mille e un motivo, questa litigiosità strisciante e insormontabile è tutt’altro che infondata. Che altro ci si dovrebbe aspettare, infatti, da una pseudo alleanza che in realtà è una coabitazione forzata e innaturale, tra soggetti diversi che non vedono l’ora di affossarsi l’un l’altro?

Deboli le fondamenta, debole (o debolissimo) l’edificio. 

Questa XVIII legislatura è e resterà uno dei più orridi e artificiosi passaggi della nostra Repubblica. Il verdetto uscito dalle urne nel marzo 2018 è stato ignorato e tradito. Il trionfo dei Cinque Stelle, la poderosa crescita della Lega, il crollo del PD, avevano affermato a gran voce che il Paese voleva voltare pagina. Poi, con le giravolte del M5S e la solita regia del Quirinale, è andata come sappiamo. 

Non si è affatto voltata pagina: si è ribaltato l’esito del voto. Riportando il PD a quella posizione di vertice che gli elettori avevano cassato a larghissima maggioranza. Il popolo si era espresso. Il Potere se ne era infischiato

Stracatafottuto, come direbbe il Commissario Montalbano.

Alle urne. Senza se e senza ma

E ora?

Ora, se non altro, che si vada dritti alle elezioni anticipate. Senza appellarsi alle solite, dolenti argomentazioni sulle conseguenze nefaste dell’instabilità che ne deriverebbe. Certamente nell’immediato. E abbastanza probabilmente anche in futuro. 

Nell’immediato perché un governo a scartamento ridotto dovrebbe limitarsi, giocoforza, all’ordinaria amministrazione. In futuro perché, nonostante l’annunciato exploit di Fratelli d’Italia, non è affatto sicuro che si arrivi a una maggioranza, presumibilmente di centrodestra, così coesa da esprimere un governo con la G maiuscola. Rapido nell’insediarsi. Nitido nel programma. Capace di restare in sella a lungo, con il supporto costante dei propri parlamentari. 

Che queste ombre vi siano è indubbio. Ma la loro presenza non può e non deve bastare a sottrarsi al giudizio degli elettori. La stabilità non è un totem, al quale ci si può solo inchinare e al quale bisogna sacrificare la sovranità popolare. Che, per chi se lo fosse dimenticato, è la base irrinunciabile della democrazia. E lo rimane anche, o forse soprattutto, quando le sue indicazioni sono sgradite alle classi dirigenti. Quando sono in contrasto con i loro disegni, le loro trame, di dominio pressoché incontrastato.

La stabilità non è un dogma. Non è il punto di partenza, ma semmai quello di arrivo. E la stagione dei “tecnici” alla Mario Monti e alla Mario Draghi deve essere considerata/liquidata come un’anomalia eccezionale. Come un rimedio temporaneo e occasionale, ammesso che rimedio sia stato. Come il classico caso in cui il rimedio è peggiore del male, perché nasconde i veri termini del degrado politico e ne dilaziona la resa dei conti. 

E allora, di fronte a questo spaventoso groviglio di falsità e di colpi bassi, meglio finirla qui e tornare al voto

Anche se la nuova legge elettorale non c’è ancora. Anche se il voto non dà garanzie di ritrovata chiarezza.

La democrazia non è una formula magica. Soprattutto, non è e non deve essere una messinscena. In cui l’unico ruolo dei cittadini è controfirmare ciò che è stato già deciso dalle oligarchie, nazionali e sovrannazionali, che tirano i fili. E fingendo di impegnarsi per l’altisonante “bene comune” non fanno che rafforzare i loro “benefit fuori dal comune”.

Andiamo a votare. Andiamoci al più presto. Per provare a ripulire il Parlamento e a renderlo meno ambiguo e inaffidabile. Tra le tante incertezze, infatti, almeno una cosa è sicura: il M5S ne uscirà assai ridimensionato. Per non dire schiantato. Premiato nel 2013 e nel 2018 da un abbaglio collettivo, ottenuto con l’inganno, verrà finalmente riportato alla dimensione che merita. Una banda di parvenu che non può neanche lontanamente sognarsi di guidare l’Italia.